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PUTIN HA ANCORA UNA VIA D’USCITA?

DALLA GUERRA DI LOGORAMENTO ALL’IPOTESI CINESE. In questi giorni mi sono posto una domanda apparentemente semplice: quanto è davvero in difficoltà la Russia? Ho provato a riassumere le possibilità in quattro scenari.
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1. La Russia non è affatto con l’acqua alla gola.

2. La Russia è con l’acqua alla gola, ma Putin non se ne rende conto.

3. Putin conosce perfettamente le difficoltà russe, ma non può fermarsi perché una sconfitta potrebbe costargli il Cremlino.

4. Putin conosce la situazione e sta già cercando una soluzione che gli permetta di vendere ai russi la pace come una vittoria.

Più ragiono sugli avvenimenti degli ultimi mesi, più mi sembra che la verità possa trovarsi tra la terza e la quarta ipotesi.

LA RUSSIA NON STA CROLLANDO

Partiamo da qui, perché immaginare un imminente collasso russo sarebbe un errore.

La Russia possiede enormi risorse naturali, una grande popolazione, un gigantesco apparato militare-industriale e soprattutto un regime autoritario capace di imporre alla popolazione sacrifici che sarebbero politicamente molto più difficili in una democrazia.

Ma tutto questo non significa che la guerra sia gratis.

Dopo quattro anni e mezzo il prezzo economico, umano e industriale è enorme. E soprattutto i risultati militari ottenuti sembrano modesti rispetto alle perdite sostenute.

Da qui nasce la questione dei 300.000 nuovi uomini che, secondo Zelensky, Putin potrebbe mobilitare dopo le elezioni russe.

Facciamo un ragionamento brutale.

Se le perdite russe continuassero intorno alle decine di migliaia di uomini al mese, 300.000 nuovi soldati potrebbero essere assorbiti dalla guerra in relativamente poco tempo.

Attenzione: “perdite” non significa 300.000 morti. Comprende morti, feriti, dispersi e uomini che possono successivamente tornare al fronte.

Ma il problema rimane.

Può Putin mobilitare altre centinaia di migliaia di uomini per continuare a combattere sostanzialmente nello stesso modo?

FORSE PUTIN NON CERCA UNA NUOVA STRATEGIA

Qui nasce un'ipotesi inquietante.

Forse Putin non pensa di vincere attraverso una nuova, geniale strategia militare.

Forse pensa semplicemente di resistere più a lungo dell'Ucraina.

Il suo calcolo potrebbe essere elementare:

la Russia ha molti più abitanti;

può sacrificare più uomini;

può produrre più munizioni;

può sopportare maggiori sacrifici economici;

e soprattutto può aspettare che l'Ucraina esaurisca uomini, armi o volontà di combattere.

Ma Putin ha sempre avuto anche un'altra speranza:

che l'Occidente si stancasse prima della Russia.

Ed è qui che qualcosa sembra non funzionare.

DOV'È QUESTO OCCIDENTE CHE DOVREBBE CEDERE?

Io, almeno per ora, non lo vedo.

L'Europa continua a sostenere l'Ucraina e, cosa ancora più importante, sta progressivamente trasformando il sostegno occasionale in una capacità industriale permanente.

Non si tratta più soltanto di prendere qualche missile dai propri arsenali e consegnarlo a Kiev.

Si parla di produzione di munizioni, droni, missili, sistemi di difesa aerea e persino trasferimento di tecnologie che consentano agli ucraini di produrre direttamente determinate armi.

E neppure negli Stati Uniti vedo quel crollo del sostegno sul quale Mosca aveva probabilmente scommesso.

Trump vuole evidentemente arrivare a una trattativa e pretende che gli europei paghino una quota molto maggiore del conto.

Ma questo è molto diverso dall'abbandonare l'Ucraina.

E nel Congresso americano rimane una fortissima ostilità nei confronti della Russia.

Allora sorge una domanda:

Putin crede ancora davvero che il tempo lavori per lui?

IL PROBLEMA DELLA “VITTORIA”

Forse stiamo guardando la questione dalla prospettiva sbagliata.

Putin potrebbe non avere bisogno di vincere la guerra nel senso tradizionale.

Potrebbe aver bisogno semplicemente di non apparire sconfitto.

Immaginiamo che domani annunci:

“Ci ritiriamo, l'Ucraina rimane indipendente, armata e sostenuta dall'Occidente.”

Qualcuno in Russia potrebbe porre una domanda devastante:

“Allora per che cosa sono morti tutti questi uomini?”

È questo, probabilmente, uno dei problemi fondamentali del Cremlino.

Putin ha bisogno di qualcosa che possa chiamare vittoria.

Il Donbas potrebbe essere quel qualcosa.

ED ECCO L'IPOTESI CINESE

A questo punto mi è venuta una domanda forse un po' provocatoria.

Se il principale ostacolo è stabilire chi debba controllare il Donbas dopo un eventuale cessate il fuoco, perché scegliere necessariamente tra Russia, Ucraina e Occidente?

E se il Donbas smilitarizzato fosse temporaneamente affidato a una presenza internazionale nella quale la Cina avesse un ruolo fondamentale?

Pensiamoci.

Una presenza americana sarebbe difficilmente accettabile per Putin: dopo avere giustificato la guerra con la minaccia della NATO, dovrebbe accettare militari americani praticamente sulla frontiera russa.

Una presenza esclusivamente europea sarebbe poco più digeribile.

Ma soldati o osservatori cinesi sono un'altra cosa.

Putin potrebbe dire ai russi:

“Abbiamo impedito alla NATO di entrare nel Donbas. La zona è smilitarizzata e garantita da una grande potenza amica della Russia.”

Xi Jinping potrebbe contemporaneamente presentarsi al mondo come uno degli artefici della fine della più grave guerra europea dalla Seconda guerra mondiale.

E anche Trump avrebbe la sua vittoria da raccontare:

“Ho fermato la guerra.”

MA PER ZELENSKY?

Ed è proprio qui che la soluzione diventerebbe complicata.

Gli ucraini avrebbero una domanda perfettamente legittima:

se domani i russi attraversassero nuovamente la zona smilitarizzata, i cinesi sarebbero realmente disposti a fermarli?

Probabilmente Kiev non accetterebbe mai di affidare la propria sicurezza esclusivamente a Pechino.

Occorrerebbe quindi qualcosa di più sofisticato.

Immagino uno schema del genere:

Donbas: zona smilitarizzata sotto amministrazione internazionale, con forte partecipazione cinese.

Questione della sovranità: congelata per molti anni, senza obbligare l'Ucraina a riconoscere l'annessione russa.

Resto dell'Ucraina: completamente sovrano e libero di armarsi.

Europa e Stati Uniti: garanzia della sicurezza ucraina attraverso armi, intelligence, difesa aerea, addestramento e capacità industriale.

Cina: garante che nel Donbas non entrino né NATO né esercito russo.

Avremmo così una specie di doppia garanzia.

La Cina garantirebbe a Putin che gli americani non arrivano nel Donbas.

L'Occidente garantirebbe a Zelensky che la Russia non può utilizzare la smilitarizzazione per preparare una nuova invasione.

UNA PACE IN CUI NESSUNO VINCE?

Forse è proprio questo il punto.

Continuiamo a cercare una soluzione nella quale qualcuno vinca.

Probabilmente quella soluzione non esiste.

La Russia non può realisticamente pretendere di trasformare l'Ucraina in uno Stato satellite.

L'Ucraina difficilmente può pensare di riconquistare militarmente ogni chilometro occupato senza costi spaventosi.

L'Europa non può accettare che l'aggressione militare diventi uno strumento normale per modificare le frontiere.

Gli Stati Uniti vogliono chiudere una guerra che assorbe enormi risorse.

E la Cina non vuole né il collasso della Russia né una guerra permanente che destabilizzi l'economia mondiale.

Forse quindi la pace possibile non sarà quella nella quale qualcuno potrà dire:

“Ho vinto.”

Sarà quella nella quale tutti avranno perso qualcosa, ma ciascuno avrà ottenuto abbastanza da poter tornare a casa senza dichiararsi sconfitto.

Ed è qui che ritorno alla domanda iniziale.

Putin è con l'acqua alla gola?

Probabilmente non ancora.

Ma l'acqua sta salendo.

E forse Putin lo sa benissimo.

La vera domanda potrebbe quindi non essere più:

“Quanto può resistere ancora la Russia?”

ma:

“Qual è il minimo che Putin deve ottenere per riuscire a vendere ai russi una pace come se fosse una vittoria?”

Se trovassimo la risposta a questa domanda, forse avremmo trovato anche la porta attraverso la quale farlo uscire dalla guerra senza permettergli di vincerla.